In questa seconda parte, l’intervista si concentra sulle decisioni di politica economica e monetaria come conseguenza del fenomeno inflativo, per allargarsi alla delicata questione della transizione energetica e concludere con alcune considerazioni sociali, inerenti l’aspetto finanziario dell’economia.
D: Dicevamo che oggi si prendono delle misure che tendono essenzialmente a contrarre la domanda, ma si contrae anche la domanda più interessante, che è quella di innovazione.
Quindi un intervento di politica monetaria come il rialzo dei tassi, basandosi su una stima “classica” dell’inflazione come quella fino ad oggi utilizzata, potrebbe essere inutile e addirittura dannoso?
S.F.: Praticamente sì, perché siccome calcola come inflazione l’innovazione, è chiaro che chi fa innovazione viene punito. Oggi l’innovazione è qualcosa che veramente vediamo tutti i giorni. Se in realtà contraiamo l’economia per ridurre qualche cosa che è anche causato dall’innovazione, allora proprio ci diamo la zappa sui piedi.
Cosa bisognerebbe fare: si apre un discorso molto complicato, innanzitutto bisognerebbe rendersi conto che la crescita qualitativa è vera crescita. E questo è un nodo di fondo. Quando si presenta il politico di turno dicendo che l’economia è cresciuta, si pensa che abbiamo prodotto di più. No, abbiamo prodotto cose più innovative. Bisogna capire che l’innovazione è vera crescita e già questo politicamente diventa un dramma, secondo me. Però questo rappresenta il primo passo, capire che oggi non c’è un’inflazione dell’8% come raccontano, perché in realtà manca completamente la percezione che questo è un mondo che evolve ed evolve anche qualitativamente. E questa è crescita. Anzi, nel futuro dovrà essere sempre più crescita, perché non possiamo continuare a produrre di più, dobbiamo produrre meglio: cose più sofisticate, cose più qualitative. Dobbiamo cominciare ad avere un’economia di qualità.
D: Oggi i picchi inflativi appaiono fortemente legati alla componente energia e materie prime, che danneggia altri settori produttivi. Da un punto di vista di politica economica, come se ne esce da questa situazione o meglio, come se ne potrebbe uscire?
S.F.: Cominciamo col dire che qui c’è stata una totale mancanza di capacità di guardare al futuro perché mettersi con le manette ai polsi vuol dire non aver capito niente. Ci siamo messi da soli in una situazione da cui non sarà facile venire fuori. Ricordiamoci che a monte di questo c’era un problema di transizione verde. L’energia sicuramente è un grosso business ed è uno degli elementi fondamentali. Quindi sicuramente ci sarà un aumento di costo dell’energia, che dovrà essere in qualche modo assorbito.
Qui non se ne viene fuori, nel senso che c’è poco da fare, bisogna trovare sorgenti alternative di energia. Ed è inutile illudersi che con le pale eoliche e le piastrine nere riusciamo a coprire tutti i fabbisogni. Qui ci sono dei problemi veramente seri: se lei legge lo European Union Green Deal, che è il documento fondamentale della UE sui prossimi 30 anni, questo documento dice che ci sono 3 obiettivi. Primo: riduzione a zero delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2050 ed entro il 2030 riduzione del 55%. Secondo: svincolare la crescita economica dall’utilizzo delle materie prime. Terzo: giustizia sociale, cioè che nessuno venga tagliato fuori.
Questi sono dei problemi fondamentali, sicuramente ci saranno dei costi, ma dei costi che porteranno ad un miglioramento. Ogni volta che passo davanti al Monte Bianco mi si stringe il cuore, perché quello che una volta chiamavano Mer de Glace, adesso è un laghetto di ghiaccio.
Dobbiamo capire che qui c’è un problema, un problema che non possiamo negoziare tra destra e sinistra: con le persone si negozia, con la fisica no.
In Pakistan ci sono dei posti dove la temperatura raggiunge i 50 gradi, temperatura che è al di sopra della possibilità di sopravvivenza. Questi sono fenomeni reali, non sono cose inventate. Il che porterà a migrazioni di massa perché ci saranno delle regioni che diventeranno totalmente invivibili. Senza contare che si arriva poi a quei fenomeni completamente irreversibili come ad esempio la fusione del permafrost: se il permafrost della Siberia si fonde, rilascia tanto metano nell’atmosfera che finiamo tutti arrosto.
Bisogna capire che, sì certo, c’è questo problema energetico, dovuto ad un’estrema incapacità di guardare avanti, che chiaramente ha dei costi e causa dei danni. Se ne esce avendo avendo in mente un processo a 30 anni che rimpiazza queste energie. Teniamo conto che oggi la parola d’ordine è Green Growth, crescita verde. Non è vero: cioè l’idea è quella che la tecnologia ci salverà, ma non ci sono ad oggi riscontri accademici in tal senso, se lei prende la cosiddettamaterial inprint, l’impronta materiale, questa non è migliorata. È chiaro che se si comincia a introdurre un elemento qualitativo, le cose migliorano, ma dobbiamo renderci conto che la tecnologia non potrà produrre tutto. Oggi non siamo in grado di produrre tutte le cose che ci servono solo tecnologicamente. Può darsi ad esempio che si arriverà a produrre il litio dall’acqua, cosa che è teoricamente possibile se abbiamo l’energia per farlo, però oggi non siamo in grado. Sì, c’è anche la fusione nucleare, ma quanto è lontana? Vent’anni? Trent’anni? Cinquant’anni? Sarà la soluzione finale, siamo d’accordo tutti, però intanto dobbiamo arrivarci.
D: Dal punto di vista economico sarebbe già un passo avanti nella giusta direzione derubricare l’aumento dei costi di un investimento nelle forme alternative di energia, che così almeno non verrebbero scambiate per inflazione….è chiaro che la transizione energetica ha un costo, ma se invece che in termini di costo ragioniamo in termini di qualità, in realtà lì non abbiamo inflazione.
S.F.: Infatti secondo me l’inflazione è molto più bassa. Dicono 7-8%, non è vero perché c’è una tale innovazione che l’inflazione è molto più bassa. E quindi noi adesso andiamo con la mazza per cercare di schiacciare un chiodino, che in realtà ha tutt’altra natura. È chiaro che questo richiede un cambiamento culturale, sia dei governanti, sia delle gente. Oggi la qualità è vista come un accessorio per vendere di più.
Com’è nato il consumismo? È nato perché la gente era poverissima: alla fine dell’800 in America è nato questo consumismo con l’idea del trickle down. Supponiamo che lei sia un imprenditore, guadagna un sacco di soldi, però un po’ dei suoi soldi “gocciolano” fino ai lavoratori e questo crea tante opportunità. Ford diceva che bisognava pagare gli operai perché comprino le macchine. Questo andava bene fin tanto che la produzione era difficile e quindi la gente doveva davvero lavorare. Oggi la produzione fa ridere, se lei schiaccia un bottone produce il doppio delle macchine che si producevano prima, senza automazione. Il risultato qual è? Che noi abbiamo il 30% della popolazione che è esclusa dal ciclo economico e questo per due ragioni: uno per l’automazione e la delocalizzazione, ma l’altro è dovuto al fatto che la maggior parte della crescita di capitale è monetaria. Grossa parte del profitto oggi è monetario. Quando Jeff Bezos ha un capitale di $ 100 mld, d’accordo potrebbe comprarsi la Norvegia, ma perché ha questi soldi? Per due ragioni: perché la gente si indebita e perché le banche centrali hanno immesso nell’economia trilioni di dollari. In un’economia basata sul credito, il profitto reale è una piccola frazione del profitto che appare complessivamente nelle aziende come, ad esempio, Tesla.
D: Cioè l’aspetto finanziario sopravanza l’aspetto economico?
S.F.: Si, lo sopravanza perché col credito si produce un sacco di denaro. E chi lo produce questo credito? Lo produciamo noi quando compriamo una casa, quando prendiamo in leasing la macchina. Se andiamo in America, lo producono quando vanno all’università. In USA ci sono 4 trilioni e mezzo di dollari di debito per la casa, un trilione e mezzo per la macchina, un trilione e mezzo per l’educazione e un trilione per le carte di credito. Questi trilioni formano profitto monetario, per cui, cosa interessa? Interessa gente che si può indebitare, e quindi anche pagare debiti, e allora queste economie dimenticano il 30-40% della gente. Attenzione però, perché dall’altra parte ci sono economie, con capitalismo tipo quello cinese, che sono completamente diverse.
Al di là dei discorsi morali, avere una frazione importante della popolazione che è tagliata fuori è terribile economicamente. L’imprenditore non ha più interesse in queste fasce e cerca di ridurre tutto con l’automazione, l’intelligenza artificiale e l’iper-semplificazione, che vede quando ad esempio chiama un call center: se il suo problema è uno dei nove previsti bene, altrimenti…
Insomma, c’è tutta una riflessione da fare sul re-aggiustaggio di un’economia in cui il profitto deve essere più o meno legato alle cose. D’accordo, ti compri la villa o la barca, ma è inutile che il tuo profitto sia cento volte maggiore se è puramente monetario, non ha più molto senso: se si proietta per gli Stati Uniti la crescita del PIL nominale e la crescita dell’S&P500, cioè della capitalizzazione di mercato, negli ultimi dodici/tredici anni, il PIL nominale è cresciuto di circa il 4% annuo, l’S&P è cresciuto al 12% annuo. Non si può continuare così, non si può continuare ad avere un capitale che cresce esponenzialmente 3-4 volte più veloce dell’economia. Poi vengono fuori delle crisi, che però non sono belle, perché oramai è tutto un sistema interconnesso, quindi una crisi è una vera crisi: non è solo qualche miliardario che perde dei soldi, un crash di borsa si trasforma in un crash economico, per cui bisogna evitare che succeda.


