Il Prof. Focardi, che insegna “Economia della Complessità” alla Franklin University Switzerland di Lugano, ha potuto così offrire un punto di vista moderno e critico sull’inflazione, andando a considerare ed approfondire anche aspetti meno dibattuti, oltre quelli puramente teorici. La trattazione completa e “a tutto tondo” del fenomeno inflativo, ha permesso di toccare anche temi riguardanti la transizione energetica, la sostenibilità ambientale e quella sociale.
Ringrazio vivamente il Prof. Focardi per la sua disponibilità e per la chiarezza espositiva con cui ha sottolineato diversi aspetti interpretativi dell’inflazione.
Intervista al Prof. Sergio Focardi
D: Prof. Focardi, in generale per inflazione si intende l’accrescimento del prezzo di beni e servizi al consumo, la cui misura è affidata ad un indice. Questo rischia di fornire una misura fuorviante, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Ci può spiegare perché?
S.F.: L’inflazione è un concetto molto vecchio, è nato addirittura nell’Antico Egitto. Le prime indicazioni sul concetto di inflazione datano prima del 2000 avanti Cristo; quindi, è un concetto che è nato in periodi in cui le economie erano fondamentalmente statiche e producevano beni che restavano invariati per lungo tempo, si trattava fondamentalmente di economie agricole. I prodotti dell’agricoltura non cambiano di giorno in giorno.
Quando si è cominciato a produrre beni industriali, allora sono cominciate le difficoltà. L’inflazione è definita dai libri di testo come l’aumento dei prezzi. Ci sono tre problemi: primo, i prezzi non aumentano tutti nella stessa direzione, ci sono dei prezzi che salgono e dei prezzi che scendono; secondo, i prodotti cambiano qualitativamente anche nel periodo di osservazione; terzo, certi prodotti scompaiono e vengono sostituiti da nuovi prodotti. Questo non era vero, diciamo 100 anni fa, quando sono stati introdotti questi concetti. Però già all’inizio del secolo scorso, cioè a cavallo tra l’800 e il 900, avevano capito, e il problema era molto dibattuto tra i matematici, che se lei crea un indice dove alcuni prezzi salgono e altri scendono con quantità che cambiano, ha dei problemi, nel senso che non può definire un indice unico, perché costruire un indice in realtà significa fare una media pesata dei cambiamenti. Il problema è come li pesa.
E quindi ci sono delle differenti possibilità di creare dei pesi. storicamente tre indici sono diventati più noti: Laspeyres, Fischer e Paasche, però hanno creato tanti indici, perché fondamentalmente si tratta di una scelta arbitraria. È stato dimostrato matematicamente che non si possono neanche definire semplici criteri che tutti gli indici debbono soddisfare. Insomma, l’indice è fondamentalmente arbitrario, ma questo sarebbe ancora un problema relativamente gestibile. Il problema qual è allora? È che i prodotti cambiano durante il periodo di osservazione.
Lei ha dei prodotti che iniziano, cambiano e cambiano di prezzo, non per l’inflazione, ma cambiano di prezzo perché qualitativamente sono cambiati. Lo vede ad esempio nei cellulari. Il punto che ormai viviamo in economie che sono sistemi complessi evolutivi, cioè sistemi complessi che continuano ad evolvere, dove prodotti e servizi continuano ad evolvere. Questo è un problema noto: negli Stati Uniti negli anni 90 il governo nominò delle commissioni per cercare di capire questo problema. In particolare la commissione Boskin, che disse che in realtà, così come viene calcolata, l’inflazione non tiene conto degli aspetti qualitativi.
Allora come viene calcolata l’inflazione? Innanzitutto non su tutti i prodotti, ma su un paniere di beni e servizi e su questo paniere di beni e servizi viene calcolato l’indice (generalmente Laspeyres, Paasche o Fischer). Però gli elementi qualitativi non vengono considerati e quello che le commissioni hanno concluso è che in realtà si sta sovra-valutando l’inflazione, non di poco, ma di 1-2% anno. Se si vuole avere una visione semplice e intuitiva di può andare sul sito della Federal Reserve Economic Data, si prende l’incremento del PIL pro capite, per esempio nel periodo 1950-2020. In quel periodo il PIL pro capite nominale, quindi il PIL al valore delle transazioni al momento in cui avvengono, è cresciuto di 36 volte. Se però si va a vedere l’inflazione e il PIL reale, vede che il PIL reale è cresciuto di quattro volte e l’inflazione nove volte. Ora, un’intuizione fa capire che questo non è pensabile: in questi 70 anni l’evoluzione tecnologica è stata enorme, a partire dagli aeroplani e così via, non c’è proporzione. E allora che cosa significa: che nel calcolo dell’inflazione viene inserito l’incremento qualitativo dei prodotti. Questo è tanto più pesante quanto più l’economia diventa complessa, diventa rapidamente gestibile e quanto più cominciamo ad avere vincoli ambientali, che sono fondamentalmente il clima e la scarsità dei prodotti, che creeranno inevitabilmente una marcia verso la qualità.
Immagini di essere un’azienda, produce dei prodotti, vede che le materie prime le costano sempre di più. Cerca quindi di ridurre la quantità di materie prime che usa e di rendere il prodotto sempre più complesso per cercare di guadagnare. Questo processo tenderà ad avvenire su larga scala fino ad arrivare al decoupling, cioè una crescita economica che non è più legata alle materie prime. E quindi avere un concetto di inflazione, a cui è legato il concetto di PIL reale, rende queste misure veramente fuorvianti. Rendiamoci conto che il PIL reale non si può misurare direttamente, perché non può mettere insieme le banane, con le crociere e le automobili. Cioè, non c’è una sola misura fisica dell’output, l’economia non produce una sola merce. Allora ci troviamo di fronte ad una realtà estremamente dinamica ed estremamente cangiante che viceversa vogliamo vedere come statica. Ci illudiamo di misurare la quantità di prodotto, ma la quantità di prodotto non c’è.
Allora che cosa misuriamo? Misuriamo il valore. Il problema è che nel momento in cui misuriamo il valore allora misuriamo l’inflazione, ma così il ragionamento diventa circolare e questo rende il discorso fuorviante.
D: Quindi l’inflazione sintetizzata da un singolo numero, questo famoso indice, rischia di diventare un concetto assolutamente obsoleto, perché non va a fotografare la realtà dell’economia attuale?
S.F.: Pensi ad uno stipendio nel 1950, diciamo circa 100.000 lire all’anno. Se lei prendesse questo stipendio oggi letteralmente morirebbe di fame.
Ma perché morirebbe di fame oggi, non perché ci sia stata solo l’inflazione, ma perché l’offerta di prodotti si è estesa enormemente. Lo stipendio che lei avrebbe guadagnato con la sua posizione settant’anni fa sarebbe una frazione di quello che guadagna oggi e che le serve oggi. Ma questa frazione che cosa copre? Una parte sì, ci sarà sicuramente un effetto inflativo, ma soprattutto ci sarà un effetto esplosivo di beni e servizi che lei può comprare. Quindi rischia di essere un concetto completamente obsoleto e rischia soprattutto di prendere, in momenti come questo, delle decisioni assolutamente sbagliate: oggi cosa fanno? Vogliono aumentare i tassi d’interesse per rallentare l’economia e ridurre la domanda. In questo modo si riduce la parte più interessante dell’economia che viceversa dovrebbe essere spinta. Il problema è che bisognerebbe aumentare gli stipendi, perché il rapporto tra stipendi e profitti è andato via via decrescendo. Gli economisti dovrebbero imparare dalle famiglie, perché la famiglia come definisce l’inflazione? Per la famiglia c’è inflazione quando con il suo stipendio non riesce più a mantenere il suo tenore di vita, il suo stato sociale. Questo è il problema: gli stipendi non seguono la dinamica dell’economia e quindi la situazione è abbastanza falsata. Oggi si prendono delle misure che tendono essenzialmente a contrarre la domanda, ma si contrae anche la domanda più interessante, che è quella di innovazione.


